Nero

2003

“Latrine, mucchi di cenere, concime, immondizia, cadaveri di sorci e talpe frequentissimi, cenci, detriti, rifiuti, penne di polli, vecchi arnesi, avanzi di materassi sporchi ecc., e in mezzo c’è, o ci dovrebbe essere, la pompa o fontana che fornisce acqua a tutto il casamento, e qualche volta, a tutti i casamenti per mezzo block. Dico dovrebbe essere, perché spessissimo detta fontana è inaccessibile per il cumulo di sporcizia che la circonda”, scriveva di un isolato del distretto di St. Louis la grande Amy Bernardy nel reportage Italia randagia attraverso gli Stati Uniti. E proseguiva, quasi a scusarsi di tanti dettagli rivoltanti: “Non mi sarei fermata così a lungo su questo argomento se non che i bambini e le bambine dei nostri immigranti vivono e giocano in mezzo a questo orribile semenzaio di malattia e di corruzione, di cui febbre, tubercolosi, contagi inconfessabili sono il naturale risultato. […] Dentro il cortile […] si trova spesso una stalla, e non è raro il caso che ci abitino un cavallo o due, una capra, uno o più cani, e la famiglia di un fruttivendolo che naturalmente ci tiene anche il deposito della sua merce”. Era il 1913 e qualche razzista nostrano sbufferà bofonchiando la solita obiezione: “Oeh! Altri tempi!”. Ed è qui l’errore. Dovuto a una perversa miscela di xenofobia e ignoranza. In quel 1913 c’erano da 90 anni il treno, da 69 il telegrafo elettrico, da 57 il telefono, da 53 il fax (il primo a ricevere una foto di se stesso era stato Napoleone III), da mezzo secolo la metropolitana di Londra, da 49 anni il sottomarino, da 34 la lampadina, da 25 il tram elettrico… C’erano già, e da un pezzo, il trapano e il forno elettrici e la Mercedes. Non basta? Rileggiamo la testimonianza di Pascal D’Angelo, partito semi-analfabeta da un paese abruzzese vicino a Sulmona e sbarcato a New York nel 1910: “Mi voltai di scatto sobbalzando alla vista di una sopraelevata i cui vagoni sfrecciavano a gran velocità curvando in direzione di South Ferry. Notai con stupore che non ne cadeva neanche uno, e anche che la gente che camminava lì sotto non si affrettava ad allontanarsi, cosa che invece avrei fatto io. Conversando allegramente tagliammo per un’ampia strada e un improvviso trambusto rimbombò sopra le nostre teste, una vettura si fermò davanti a noi assordandoci, due automobili sfrecciarono via veloci. Un’ennesima vettura stava venendo verso il nostro gruppo. ‘Ecco il tram’, disse il caposquadra, quindi con un sorriso mi spiegò l’origine di tutto quel chiasso. ‘È solo il treno sopra di noi’. Era come se il mio corpo fosse il binario su cui passava quel treno. Il tram si avvicinò e ci si arrestò davanti riuscendo ad evitarci per un pelo, data la goffaggine con cui ognuno di noi aveva ingombrato la strada con i suoi coloratissimi fagotti”. Noi vivevamo in condizioni medievali e l’America era già proiettata nel XX secolo. Se non si capisce questo, non si capisce nulla delle grandi migrazioni. E non si capisce come la storia di chi viene oggi a cercar fortuna in Italia sia per molti aspetti (fatto salvo, s’intende, il terrorismo religioso che non ha riguardato nemmeno la più minuscola minoranza della nostra emigrazione) esattamente uguale a quella dei nostri nonni e dei nostri padri. Anche noi siamo stati clandestini, anche noi abbiamo sfruttato le nostre donne, anche noi ci siamo venduti i bambini, anche noi abbiamo accettato paghe da fame, anche noi siamo stati accusati di rubare il lavoro agli altri. Basti rileggere quanto mise a verbale un sindacalista parigino nel 1884 nell’inchiesta parlamentare sulla condizione operaia nota come Rapporto Spuller: “L’operaio italiano è caratterizzato dal fatto d’essere più docile, più malleabile; gli si fa fare tutto ciò che si vuole, abbassa la schiena e tende la guancia per ricevere un altro schiaffo. Come uomo, trovo la cosa rivoltante. Questi operai non hanno dignità personale; sopportano tutto, chinano il capo e obbediscono”. Ma soprattutto anche noi, come abbiamo visto, ci siamo adattati a vivere in condizioni bestiali. Rileggiamo le Raccomandazioni agli italiani che si recano in Svizzera, un opuscolo socialista pubblicato a Lugano nel 1898: “I nostri stracci, i nostri costumi di gente senza esigenze, di zingari che si contentano di rosicchiare porco salato, o peggio, formaggio, o peggio ancora, cipolla e pane, che si adattano a cacciarsi di notte in tre, in quattro, in dieci entro la medesima stamberga, ci hanno procurato all’estero una triste nomea. Nella svizzera romanda ci chiamano macarony, nella tedesca cinch, in Francia ci gridano dietro crispy, in ogni paese quando ci vedono passare si stringono nelle spalle e dicono: ‘Les italiens!’”. Eppure la consapevolezza del degrado, contrariamente a quanto sostiene oggi qualche anima bella che considera la nostra emigrazione come un fenomeno del giurassico, era netta. Scriveva l’ispettore per l’emigrazione Giacomo Pertile, scosso dalla mancanza di decoro dei compatrioti in Germania, nel 1914, anno in cui avevano il via i voli di linea regolari tra città e città: “La verità è che nella maggior parte dei nostri operai non è per nulla sviluppato il sentimento della pulizia e della decenza, che le loro condizioni di vita all’estero rispecchiano fedelmente le loro condizioni di vita in patria. L’operaio che viene dalla Basilicata o dal Napoletano, dove abita in piccole, poverissime case simili ad alveari, talvolta scavate sotto terra […]; o dalle campagne venete e lombarde, ove abita in casolari in tessuti di fango e vimini; o dalle pendici alpine; […] l’operaio, dico, che arriva da questi luoghi, ha dei bisogni limitatissimi da soddisfare; egli non sente nessuna necessità di elevarsi un po’. […] Domandate un po’ a questi operai perché vivono così male ed essi vi risponderanno invariabilmente che a casa loro vivevano assai peggio”. Quanto alle condizioni di lavoro, andiamo a riprendere quanto ha scritto Richard Gambino sui nostri nonni nelle piantagioni di cotone e di canna da zucchero alla fine dell’Ottocento in Lousiana: “La manodopera italiana parve un dono di Dio, la soluzione che avrebbe consentito di sostituire tanto i neri quanto i muli. I siciliani lavoravano accontentandosi di bassi salari e, in contrasto con lo scontento dei neri, dimostravano di essere più che soddisfatti dei quattro soldi che riuscivano a raggranellare. E quel che più contava, sottolineavano i piantatori, erano di gran lunga più efficienti come lavoratori e meno turbolenti come individui. Sulle prime i piantatori parvero ben felici di corrispondere ai siciliani una paga uguale a quella dei braccianti neri, da 75 centesimi a un dollaro per una giornata lavorativa che andava dalle 12 alle 16 ore nel periodo della semina e sovente arrivava alle 18 ore in occasione del raccolto. Inoltre, durante la stagione agricola, i siciliani erano più che disposti a lavorare sette giorni la settimana sotto il sole cocente della Louisiana rivoltando il terreno in primavera, badando al raccolto durante l’estate e tagliando le canne col machete. In autunno era difficile trovare un italiano che si rifiutasse di fare gli straordinari di notte, negli zuccherifici, macinando, cuocendo, badando ai recipienti in ebollizione, e rifinendo il prodotto del lavoro giornaliero. Era normale per un siciliano, già deperito al suo arrivo negli Stati Uniti, perdere da 10 a 30 chili di peso nel suo primo anno in Louisiana. Molti riuscivano a sopportare quelle fatiche; un numero imprecisato morì, sovente a causa delle terribili malattie tropicali […], aggravate dalle pessime condizioni di salute di coloro che le contraevano. Mangiavano pane, bevevano acqua, accantonavano i soldi per pagare i biglietti di viaggio ai fratelli, ai figli, ai cugini”. Per questo il libro di Medici Senza Frontiere si conficca dritto nel cuore di chi ha negli occhi le immagini della sofferenza dell’emigrazione italiana. Perché a distanza di una manciata di anni rivede, nelle fotografie straordinarie di Francesco Cocco, quella che è stata la nostra storia. Precisa identica. La stessa precarietà. La stessa solitudine. Gli stessi sguardi perduti nel vuoto. Gli stessi corpi minati dalle malattie. Lo stesso disordine. La stessa sporcizia e gli stessi odori dei poveri che si ammucchiano. E si ammucchiavano, i nostri, fino a ieri. Lo dicono le fotografie dei nostri che vivevano nelle baracche delle periferie svizzere pubblicate da “Sorrisi e Canzoni” nel 1973, dove si spiegava: “I nostri emigrati dormono in 32 per ogni baracca e hanno un lavandino ogni 16 persone”. Lo dice la storia raccontata negli anni Ottanta da Angela Solimando, moglie di un minatore emigrato in Belgio, nel libro delle Acli Per un sacco di carbone: “Mio marito aveva preso una camera ammobiliata a Mons e dormivamo tutti e quattro nello stesso letto, due a capo e due a piedi, perché la casa era piccola. In quel tempo si guadagnava poco anche alla ‘mina’ e ci arrangiavamo così. Dopo un po’, mio marito ha fatto la domanda alla ‘mina’ e abbiamo avuto la casa a Ghlin e là è nato il mio primo maschio, il terzo figlio”. Lo dice un’istantanea pubblicata da “Oggi” nel marzo del 1964 con la seguente didascalia: “Un bimbo italiano ritratto nella desolata zona di Lanklaar, dove i tedeschi avevano creato un campo di concentramento per i prigionieri di guerra sovietici. In queste squallide baracche vivono 35 famiglie di nostri connazionali […] insieme con emigrati greci, spagnoli e turchi”. Lo dicono gli archivi fotografici dell’Istituto Gramsci con le immagini di come si sistemarono gli immigrati veneti e meridionali nelle baracche e nelle caserme abbandonate e negli edifici pericolanti dell’hinterland torinese a cavallo degli anni Sessanta. La “nostra” storia è la “loro” storia. E farla vedere, come fanno Medici Senza Frontiere e Francesco Cocco con questo libro, non aiuta solo a capire gli immigrati di oggi nelle campagne del Mezzogiorno italiano. Rende l’onore a quanti di noi, fino a ieri, si sono adattati a vivere nella stessa disperazione, coltivando le stesse speranze.

Gian Antonio Stella