Tanzania AIDS

2009

Kenya, Tanzania, Sud Africa, nomi di paesi che evocano immagini di spiagge assolate e cime innevate, paesaggi mozzafiato, eleganti masai e animali della savana che si stagliano contro tramonti infuocati.

Se si guarda a questo angolo di Africa dalla prospettiva di un romanzo di Hemingway o di un catalogo di viaggi ciò può  anche rivelarsi vero, ma se si sceglie la prospettiva della realtà, il paesaggio è ben diverso.

 

PANDEMIA NELL’AFRICA SUDORIENTALE

Ventidue milioni di persone infette dal virus, oltre venti milioni di orfani per AIDS e quasi due milioni di infettati nel 2008. Questi sono alcuni dei dati del rapporto ONU sull’AIDS nell’Africa sudorientale, la regione del mondo più colpita dalla pandemia. I turisti che visitano Johannesburg, Maputo o Dar es Salam non notano niente perché i malati sono nascosti, discriminati e spesso abbandonati a se stessi. Eppure qui vive il 67% delle persone sieropositive del mondo.

Questa catastrofe umana porta con sé gravi conseguenze anche sul piano sociale ed economico. E’ oramai largamente condiviso il fatto che l’AIDS sia divenuto un problema di crisi dello sviluppo, con effetti devastanti per i paesi più colpiti.

 

IL FONDO GLOBALE

Proprio la consapevolezza dei complessi legami tra pandemia e povertà, unita alla scoperta di nuovi farmaci efficaci nella cura ma al di fuori della portata della maggior parte dei malati, ha indotto la comunità internazionale a istituire un organismo che potesse raccogliere i fondi necessari per la lotta alle tre principali malattie infettive – AIDS, malaria e tubercolosi – indirizzandoli nelle aree di maggiore necessità.

Nato da una proposta del Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan e costituito nell’ambito del Vertice dei G8 tenutosi a Genova nel luglio 2001, il Fondo Globale per la lotta contro l’HIV/AIDS, la tubercolosi e la malaria è una partnership tra governi donatori, società civile, settore privato e comunità colpite dalle pandemie.

In questi otto anni di vita, il Fondo ha consentito di impostare nella giusta prospettiva gli interventi nei Paesi in via di sviluppo verso l’obiettivo dell’accesso universale alle cure.

Ma se il Fondo, che è uno strumento finanziario e non un ente implementatore, mette a disposizione le risorse economiche, i governi dei singoli paesi devono a loro volta prevedere azioni volte a rafforzare i servizi e le infrastrutture sanitarie e a promuovere il miglioramento dei sistemi sanitari.

In questo processo le ONG hanno il ruolo fondamentale di agevolare l’accesso alle cure. Anche se il Fondo riesce a fornire gli anti-retrovirali e le altre medicine necessarie per le cure, le infrastrutture e le risorse umane dei paesi colpiti sono quasi sempre insufficienti rispetto alla portata della pandemia.

La Tanzania ha cominciato a implementare il programma del Fondo Globale nell’ottobre del 2004 e le statistiche nazionali mostrano una leggera ma significativa flessione nel tasso di contagio degli ultimi 5 anni. Ma le cifre sono ancora molto drammatiche.

Il numero di persone ammalate di HIV/AIDS in Tanzania è di 1,3 milioni su una popolazione di 36 milioni di persone. L’Aids è la prima causa di morte nella fascia di popolazione fra i 15 e i 34 anni, la fascia maggiormente produttiva del paese, anche qui con gravissime conseguenze sull’intero processo di sviluppo del paese.

Il lavoro delle ONG che operano in collaborazione con il Fondo globale mira ad aumentare disponibilità, accessibilità e qualità dei servizi sanitari sia a livello di ospedale e dispensari sia direttamente presso le comunità. Infatti, quando anche le cure sono gratuite e disponibili, è l’accesso alle cure che non è universale: chi si trova in zone rurali, negli slum delle grandi città o nell’impossibilità di muoversi per mancanza di denaro o perché la malattia è già ad uno stadio avanzato, non può ricevere il necessario supporto.

Uno dei servizi più efficaci nella lotta all’HIV/AIDS è stata la creazione di un programma di counseling, test volontario e di assistenza a casa dei malati (Voluntary Counseling, Testing and Home Based Treatment). Il programma consiste in attività di prevenzione, educazione e cure cliniche in situ, in comunità con alta incidenza di persone malate di Aids. Oltre all’estrema povertà e alla mancanza di informazione è spesso la paura di essere emarginati a causa dello stigma che può prevenire le persone interessate dal cercare aiuto.

Il primo approccio è quello di sottoporsi al test volontario e al counseling su norme di igiene e di comportamento e su come si può ridurre il rischio di contrarre l’infezione. Questo passo costituisce spesso un punto di ingresso per l’inizio di un trattamento a casa, qualora si riscontri l’utente sieropositivo o già malato.

I servizi somministrati a casa sono analoghi a quelli condotti in clinica: gli operatori sono istruiti per somministrare gli antiretrovirali, per curare le infezioni, per suggerire un sistema di vita compatibile con la malattia, così come farebbero in ospedale, grazie a unità mobili attrezzate. Si lavora anche per trasmettere queste norme di comportamento e il materiale e il modo per prendersi cura dei malati ai familiari, così come gli si propone di sottoporsi anche essi al test. Non sempre questo infatti avviene al momento della scoperta che uno dei familiari è positivo. Sono soprattutto gli uomini che si rifiutano di fare il test, anche quando la moglie si scopre malata, nonostante molti studi indichino che oltre il 90% delle donne sposate contrae il virus dal marito, proprio a causa del comportamento promiscuo di quest’ultimo.

Non solo questo sistema di home base treatment è una maniera molto efficace per aumentare l’accesso a prevenzione e cure, ma anche per raggiungere fasce discriminate e più vulnerabili della popolazione, come ad esempio donne, bambini e anziani.

 

DAR EL SALAAM – DISTRETTO DI KINONDONI

Queste immagini sono relative al progetto di ActionAid nell’area di Kinondoni, alla periferia settentrionale dei tre distretti in cui è suddivisa la città di Dar el Salaam. Kinondoni comprende alcune delle zone residenziali più esclusive ma è un’area nel suo complesso piuttosto eterogenea; alcune zone hanno infrastrutture peggiori e, per esempio, soffrono periodicamente della mancanza di acqua corrente. Analogamente, le strade principali del distretto diventano quasi impraticabili durante la stagione delle piogge. In queste aree il reddito delle persone è molto al di sotto della soglia di povertà, le case sono in corrugato o di mattoni in argilla, non esiste rete fognaria e complessivamente le condizioni sanitarie sono piuttosto insalubri. Non esiste una raccolta dei rifiuti da parte della municipalità e solo poche case hanno latrine con acqua corrente a causa della carenza o totale assenza della rete idrica, il che costituisce un altro elemento di rischio e di facilitazione del contagio.

Fino ad oggi, grazie ad ActionAid e alle altre organizzazioni partner del Fondo globale, in questa area sono stati raggiunti 150.000 individui (circa il 50% degli abitanti delle aree più povere di Kinondoni), 720 malati in condizioni terminali sono assistiti a casa grazie anche a nuovi presidi sanitari e dispensari che sono stati costruiti nelle vicinanze: dagli 8 presenti nel 2006 di è passati ai 20 attuali. Sono stati creati anche 14 gruppi di persone che appartengono alla stessa comunità e che lavorano sensibilizzando gli abitanti per combattere lo stigma informandoli della possibilità di test e cure gratuite, agevolando il percorso di ingresso degli operatori nella comunità e nelle singole case, così che sia possibile valutare attraverso il test volontario quante persone hanno diritto alle cure e raggiungere quelle che sono già ammalate.